Euridice aveva un cane – Michele Mari

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4–7 minuti

“Euridice aveva un cane” è il racconto di Scalna.
Il racconto del paese che finisce al cancello verde, di un paese che non è Paese ma giardino, fienile, legnaia.
Sclana è una casa: la casa estiva dove alla mamma si sostituisce la nonna, dove non c’è la scuola ma la biblioteca, dove gli amici sono lontani e al loro posto c’è Flora con il suo cane.
Scalna è la campagna, l’estate, l’infanzia.
Scalna è il passato di Mari che, in meno di trenta pagine, la ritrae per mantenerla intatta e salvarla dal tempo.

Se una volta, infatti, Scalna era l’unico luogo in grado di conservare la potenza emotiva di persone e cose, adesso è l’autore a volerla custodire per sempre attraverso il potere della scrittura: strumento che consente a Michele di prendere la realtà e renderla leggendaria.

Sclana diventa “un museo”, “una basilica antica” e  l’autore l’ultimo dei sacerdoti di un tempio in cui tutto rimane uguale a se stesso, dove ogni oggetto è vero, dove ogni atto è giusto. Si tratta, però, dell’immagine di un Paese idealizzato perché surreale, collocato fuori dal tempo, in quella che Mari chiama “fissità minerale” di una dimensione che non ammette il cambiamento perché spaventoso, perché deludente.

La vera Scalna, però, è quella che sta fuori, è quella dei Baldi (i vicini di casa), è quella del resto degli abitanti “indigeni e villeggianti” che sembrano aderire con leggerezza al cambiamento: il Paese cambia e poco importa se c’è Michele nella biblioteca. I cortili diventano parcheggi lo stesso. Alberi, muri, pergolati e lavandini di graniglia continuano a deteriorarsi e i Baldi fanno ancora rumore.
E Michele?
Michele vive nel ricordo perché ha paura. E quindi, viva la campagna “intima e seria, profonda, autunnale o invernale sempre”, viva la solitudine perché “più bella, più voluta”.

Ma quando arriva, anche se solo per un attimo, quello che l’autore chiama “senso di ignorate esclusione”, che valore dare a quel bellissimo “mondo lento e ovattato”?
Qual’è il senso di rendere Scalna un luogo esclusivo se il prezzo di tutto questo non è altro che l’esclusione totale dal mondo?

Quello di Mari è un categorico rifiuto del cambiamento: l’autore sembra voler rimaner ancorato alla sua infanzia come se lo stato di eterno bambino lo allontanasse da qualsiasi responsabilità, lo legittimasse a non sapere perché se sei piccolo puoi continuare a vivere in un bolla di sapone che quando scoppia ti lascia cadere nel mondo adulto, un mondo dove ad ogni azione ne corrisponde una uguale e contraria che ti colpisce in faccia nel bene e nel male.
Mari sembra non accettare la crescita proiettando la sua ansia nell’ansa altrui, “l’ansia di nuovo, di moderno, di giovane” dei Baldi, e nasconde il suo disagio nelle manie del vicinato.

Mari cerca la sicurezza in ciò che è stato e la memoria del passato è l’unica sua protezione: una memoria che egli cerca di far rivivere attraverso una serie di oggetti capaci di proiettarlo nel suo tempo ed è per questo che la biblioteca diventa il suo rifugio.
Popolata di libri, la biblioteca placa la sua insicurezza così come la casa museo di Flora: una casa trasformata in vetrina, dove la donna e il suo cane diventano un manichini.
L’identità di Flora non conta: lei deve esserci per la vita dell’autore e con il suo cane diventa terapia, diventa cura. Con lei anche tutti i suoi oggetti in grado di far rivivere quelle “ombre” che soltanto Mari riesce a vedere, quei fantasmi che lo fanno sentire vivo, che lo fanno sentire unico.
Ed è per questo che la sostituzione del lume a forma di campanula nella camera da letto della donna è uno scandalo: uno scandalo estetico perché il nuovo “faretto rosso laccato” è incompatibile con il resto degli oggetti d’arredo che l’autore considera reali e, quindi, razionali ma anche uno scandalo privato perché, oltre ad essere nuova (e quindi sacrilega), la lampadina opalescente viene introdotta in casa di Flora dai Baldi autori di un vero e proprio complotto capace di rompere l’equilibrio mentale dell’autore, equilibrio che dopo una settimana si preoccupa di ripristinare con il recupero dell’antico lume.
Quelli che si leggono tra le righe del testo sono sentimenti primitivi e bambini. Michele, un po’ geloso e talvolta egoista, nasconde la mano dopo aver lanciato il sasso fingendo che il recupero della vecchia lampada sia un gesto di carità nei confronti della padrona di casa.

Allo stesso modo, Michele è tanto attratto dalla vita dei vicini di casa al punto di odiarla. Odia il loro essere superiori in tutto (in numero, in gentilezza, in amore). Odia la loro presenza proprio perché lui è assente, proprio perché lui si perde a rincorrere fantasmi quando tutto ciò che lo potrebbe rendere felice gli sta davanti, o meglio, accanto; quando la felicità potrebbe essere una partita a carte con il Franco o la Carla; quando a renderlo felice potrebbe essere un tea con la Flora perché il suo cane rimane un cane, perché tutto ciò che Michele potrà ricevere in cambio sarà soltanto una coda che scodinzola.

Si tratta, forse, di una questione di priorità.
Mari dovrebbe cambiare focalizzazione per sconfiggere il disagio ma a vincere è la paura: la paura dell’isolamento e della solitudine che finiscono per renderlo ancora più solo, confinato nella biblioteca in esilio volontario.
Solo muovendosi sul piano dell’ideale Mari riesce ad allontanare da se tutti i suoi demoni e l’immagine mentale della Flora si sovrappone alla Flora reale finendo per renderle la stessa cosa.

Ma se ad avere ragione fosse Michele?
Se il vero disagio campasse nella casa accanto e in tutta Scalna?
Se fossero i Baldi ad occupare le loro giornate con cose da “fare” perché troppo spaventati da loro stessi, da un attimo di silenzio, da un confronto privato con il loro pensiero?
Un attimo di tregua sarebbe loro fatale.
Magari sono proprio loro a voler fuggire dalla consapevolezza, una consapevolezza nuova (quella di sé) ed ecco che riempire la vita di oggetti e rumore risulta la cura migliore al vuoto che si portano dentro.
Ecco che forse sono gli altri a morire due volte perché muoiono nell’ignoranza del rifiuto di sé.

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