Pane in cassetta

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3–4 minuti

Una linea della stessa consistenza dell’acqua che tocca l’orizzonte e tre generazioni sulla sabbia a guardare: io, mia madre e sua madre. Una linea femminile, rossa e circolare che inizia da me, all’alba, e si chiude al tramonto, con nonna. In mezzo il sole, poche nuvole e il tempo.

Hanno riempito la vecchiaia di significati nonostante continui ancora a spiegarmela attraverso tre sole parole: mani, occhi e pane. Tre parole che sono più di tre parole perché dire “pane” è un po’ come dire “tutto”; tre parole che sono più di tre parole perché nel pane c’è corpo, lavoro, c’è famiglia e c’è casa. 

La madre di mia madre dice di fare il pane più buono del mondo e, per quanto mi ostini a considerarlo un riposato mescolare di materia prima, devo riconoscere che il suo pane, appena sfornato, è davvero il più buono del mondo.

La vecchiaia, dico, mi spaventa. Riduce tutta una vita a mani, occhi e pane e mentre scrivo mi accorgo che forse mani, occhi e pane sono la vita. 

Diventare come nonna, dico, mi spaventa. Un po’ perché nonna è felice solo quando fa il pane, un po’ perché la vita di nonna è fare il pane.

Ho sempre sognato grandi cose. Te lo insegnano da ragazzino a sognare in grande, a comprare casa, a trovare un lavoro e fare dei figli perché “i figli ti rendono felice”. Ti ritrovi poi, in cameretta, con tutti i peli sulle sopracciglia, a pensare ai mobili bianchi che vorrai in casa, alla gonna al ginocchio che dovrà sostituire i jeans a zampa che odiano tutti e a stilare una lista di nomi da ripetere ad alta voce seguiti dal cognome di quello che, a tredici anni, dai per certo diventi il padre di quei figli che “ti renderanno felice”.

Il problema credo nasca quando, con le sopracciglia sistemate, ti ritrovi a pensare a te, tua madre e alla madre di tua madre di fronte alla linea della stessa consistenza dell’acqua che tocca l’orizzonte. A questo punto, di solito, si scontrano grandi sogni e vecchi insegnamenti contro la consapevolezza che anche la nostra vita, un giorno, sarà la stessa vita dei vecchi e che se la felicità di nonna è fare il pane, allora anche la mia felicità sarà fare il pane. “Deterministico e sbagliato” dice la prima voce che emerge dalla coscienza sulla metafora “fare il pane”, metafora che per mesi ha disturbato il mio inconscio e che ora emerge fiera e prepotente un po’ come succede per quelli che dicono sempre “chi nasce tondo non può morire quadrato”. “Banale” dice la seconda voce.

Da bambina mettevo il grembiule rosa e facevo le trecce per poi guardare Dragon Ball dopo pranzo, tutti i giorni. A ventuno indosso ciabatte per uscire la sera per scadere in emancipazione lasciando i soldi all’estetista. E – ultimo ma non ultimo – paradosso: da paladina naif del “se vuoi, puoi” faccio emergere dal profondo un accomodante “chi nasce tondo non può morire quadrato”. “Ipocrita e tradizionalista” dice la terza.

Se con il senno di poi sono bravi tutti, non io. “Fare il pane” nasce come metafora primitiva che si carica dei significati di un gesto che nasconde corpo, lavoro, famiglia e casa. “Fare il pane” è essere persona e ogni persona – con le sue mani e i suoi occhi – finirà a fare il pane che vorrà e potrà fare.

Forse, più che della vecchiaia, dovrei avere paura della convivenza che mi spetta con una coscienza che vorrebbe facessi il pane più buono del mondo anche se, si sa che i toast sono più buoni col pane in cassetta. 

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