Non so più scrivere. Sono le due e ventotto ed é già giovedì. Dormono tutti ma, nonostante questo, la nostra casa riesce ad essere rumorosa. É rimasta accesa la televisione nella camera accanto e dovrei alzarmi a spegnerla ma mi conforta sentire del rumore perché sono le due e ventotto, é giovedì e dormono tutti.
Mi succede spesso ormai. Mio padre dice che sono i ventuno, mia madre dice che non ho un ritmo di vita sano, io dico che non ho un ritmo.
Sono un grumo di buoni propositi che continuo a rinviare a domani. Il punto é che non ci si accorge di essere già a domani e i buoni propositi si lasciano a dopodomani perché adesso, ripeto, ho di meglio da fare.
Sono le due e ventotto e non ho niente da fare. Sono già quarantotto giorni che devo fare tutto ma non faccio niente, che non faccio niente di quello che vorrei fare. Il circolo vizioso é iniziato quando mi convinsi che quello che volevo davvero era proprio non fare nulla e ora mi ritrovo a non voler fare anche le cose che devo fare perché tanto posso rinviarle a domani.
Sono le due e ventotto e la mia vita è tautologia. Sono le due e ventotto e scrivere della ridondanza del vuoto nella mia vita fa assumere alla stessa un illusorio significato che mi rassicura. Riesco ancora a dare un senso alla mancanza di senso e, per qualche altro minuto, riuscirò ad ingannare chi mi abita perché, nel ripetersi del nulla, almeno due righe riesco a buttarle giù.
Alle due e quarantanove credo di sapere ancora scrivere. É una sensazione che mi lenisce le viscere. Nonostante lo scorrere vuoto e lento del tempo di questi quarantotto giorni, sento crescere inarrestabilmente nella pancia qualcosa di così acido che sa di rabbia. Scrivere sfiamma anche se la maggior parte delle volte sono così arrabbiata che non riesco nemmeno a scrivere.
In realtà non sono nemmeno sicura che questo acido che ho dentro abbia il sapore della rabbia. É tutto così confuso nello stomaco, quello che so é che brucia spesso. Sento di andare a fuoco ma fuori é tutto così bianco, lento e vasto. Fuori é tutto azzurro e mare e cielo e non lo so se va bene per me tutta quest’acqua, tutta quest’aria.
Non mi sembrano più nemmeno regali quelli lì fuori. Sono così scontati e io sono così arrabbiata da arrabbiarmi per questo. É così presuntuosa questa rabbia da credersi più forte del tempo e io mi chiedo se finirà mai e finisco ancora per arrabbiarmi di essere arrabbiata.
Qualche anno fa, una signora elegante sopra un palco, scalza e con gli occhiali addosso, mi mise tra le mani un foglio bianco e mi disse di scrivere. Mi sentii nuda. Scrissi tre parole in stampatello, una sotto l’altra, piegai il foglio e lo lasciai di fronte a me fissandolo come se stessi guardando me stessa dall’esterno. Continuavo a chiedermi se quelle tre parole sconnesse potessero in qualche modo rivelare qualcosa di me che non andava, qualcosa per cui essere in qualche modo incriminata. Avevo bisogno che quelle parole fossero banali al punto da non significare nulla: nessuna colpa, nessun colpevole. Allo stesso tempo, però, quelle tre parole gettate a caso sul bianco dovevano avere un significato perché, dopotutto, la loro insignificanza avrebbe implicato la mia inesistenza.
Non ero arrabbiata allora. Mio padre disse che ero triste, mia madre disse che ero sola, io mi sentivo mancante. Mancante che manca di qualcosa, mancante che ti manca qualcuno. Mancante, sprovvista, spoglia, assente.
Il vuoto é un mondo ovattato, un mondo senza sussurri in cui si sente solo l’eco. Nel vuoto non si corre, si gira su se stessi, si ripetono le cose, si chiudono gli occhi, si sta seduti e si rispettano le regole. Il vuoto é un mondo senza ritardi, un mondo senza respiri, senza voci, senza rumore. Il vuoto é un mondo senza.
Sono le tre e cinquantuno e scrivere lenisce le viscere. Sono quarantotto giorni che sento crescere inarrestabilmente nella pancia qualcosa di così acido che sa di rabbia. In realtà non sono nemmeno sicura che questo acido che ho dentro abbia il sapore della rabbia. Quello che so per certo, però, é che ho così tanta paura del vuoto che devo proteggere il fuoco.
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