Le nuvole corrono

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4–6 minuti

Ho sempre visto i grandi imprigionati nelle cose “da fare” e sempre sentito babbo dirmi di fare quello che “volevo fare” senza perdere tempo perché il tempo sarebbe passato in fretta e presto sarebbero arrivate le cose “da fare” anche per me.
Ho sempre vissuto questa rivelazione con una certa urgenza di fare cose prima che arrivassero le cose “da fare” ed è così che sono stata imprigionata nelle cose che “volevo fare” a circa sei anni.
Seguire un orologio che corre mi ha messo una certa fretta di vivere. Racconto a tutti la storia di mia madre che spegne la luce in camera e del mio puntale rifiuto a dormire perché “dormire il pomeriggio è uno spreco di tempo, mamma”.
Il mio orologio continua a correre ma a vent’anni il sonno pomeridiano è diventato cosa “da fare” – appena possibile, se possibile – e ho cominciato a credere che mio padre avesse ragione, che le cose “da fare” mi avrebbero presto imprigionata e che sarei diventata anche io come i grandi.
Non credo di essere già diventata grande perché vedo ancora i grandi imprigionati nelle cose “da fare”, il sonno pomeridiano rimane per me una cosa che “voglio – e posso – fare” ma il mio orologio sembra correre sempre più veloce, le scadenze sono aumentate e sembra ieri che mia madre spegneva la luce in camera e io non volevo dormire perché “dormire il pomeriggio è uno spreco di tempo, mamma”.
Tutto questo per dire che mi annoio poco e male e se mi annoio, mi chiedo della noia perché lo sanno tutti che è bene annoiarsi ogni tanto, ma io mi annoio poco e male e “come ci si annoia?”

Nemmeno a scuola mi hanno insegnato un tempo diverso da quello del fare e colorare tutti i disegni delle schede dei compiti per casa con lo stesso pastello color arancione era cosa “da fare” per non perdere tempo quando il resto delle cose, erano cose che “volevo fare”.
Imparai che non c’è mai abbastanza tempo, che i tramonti lasciano sempre l’amaro in bocca e che quell’amaro si chiama malinconia. Imparai anche che le cose amare spesso fanno bene ed è per questo che preferisco lo sciroppo alle pastiglie ma perché lo zucchero nel caffè? La crema al mascarpone nel pandoro? Perché “buoni i dolci ma una volta ogni tanto”?
Nonostante la fretta di vivere, il mio orologio è sempre stato più veloce di me e il rallentare ha sempre implicato una perdita reale o ideale. Vivere nell’impasse di questa proporzionalità inversa, sapere che all’aumentare delle occasioni, sarebbe diminuito il tempo a mia disposizione per vederle realizzate, ha portato la me del passato a convertire in “dover fare” il “voler fare” e, a quel punto, la vita tutta è diventata più amara, di un amaro velenoso da sciacquarsi la bocca, amaro che con la tisana non basta più il miele, amaro che “troppi dolci fanno venire il diabete”, amaro che “forse babbo aveva ragione”.
Nessuno mi ha mai insegnato ad avere tempo e il tempo non è mai stato abbastanza.
Gli orologi corrono, se alzi la testa e vedi che le nuvole si muovono allora devi correre più veloce, perché le nuvole che si muovono sono la prova che il tempo passa e non c’è nemmeno il tempo di guardarle che già se ne sono andate e dove sono loro? E dove sei tu?

A scuola non mi avevano insegnato un tempo diverso da quello del fare e quest’anno mi è capitato di avere così tanto tempo e così poco da fare.
Quest’anno casa, mamma e papà. Quest’anno sola, studio più tardi. Chiami tu, chiamo io.
Quest’anno finestre, terrazze, sole e pioggia. Tavole, quest’anno, apparecchio, sparecchio, dormo, cena pronta. Quest’anno corrieri, pagine, pigiami, scaduti i rossetti, che succede agli abbonamenti? Ordini tu, ordino io. Quest’anno sono le sei, il televisore, la diretta, il bollettino.
Quest’anno mascherina, passeggiate, sole a Pasqua, poca estate, niente Natale, aspetto l’anno prossimo.
Quest’anno troppi giovani, colpa dei giovani, vecchi prima delle dieci, vecchi mai. Poche strade, pochi baci, le mani in tasca, quest’anno, da me, da te, cucini tu, cucino io.
Quest’anno no alle piazze piene, no alle piazze vuote, pizze si. Quest’anno prima delle dieci, quest’anno “quale film?”

Mi è capitato, quest’anno, di avere il tempo di guardare le nuvole correre ed accorgermi di come nessuna nuvola fosse uguale alle altre, nessuna nuvola uguale a se stessa e di quanto fosse simile al nostro il loro flusso. Mi sono chiesta perché non si limitassero a galleggiare o se si chiedessero del tempo, le nuvole.
Mi è capitato, quest’anno, di avere il tempo di guardare il tramonto tutti i giorni e di assaporare l’amaro della malinconia che lascia il sole andandosene, resa più dolce dalla consapevolezza che sarebbero passate così tante nuvole sotto quello stesso cielo prima che il sole scomparisse di nuovo.
Mi è capitato, quest’anno, di finire, rinviare, o di non avere nessuna cosa “da fare”. Mi è capitato di non voler fare, mi è capitato di fare quello che “volevo fare” e di non fare nulla.
Mi è capitato di avere tempo, di volere tempo, di perdere tempo e di attendere un tempo diverso.
Pensavo a quante cose avessimo perso tutti, quest’anno, ma guardatele le nuvole che corrono.

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