Pile di piatti

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3–5 minuti

Si presentò con una lista di parole che aveva scritto nel marzo difficile di un anno difficile e che aveva salvato nelle note del telefono perché certa che, un giorno altrettanto difficile, le sarebbero tornate utili.
Il periodo, infatti, continuava ad essere difficile nonostante l’anno fosse finito e lei per prima si dicesse di farla finita con i periodi difficili.
“Ricomporsi” fu la prima parola che lesse e la immaginai subito come una credenza di piatti per poi pensare al fatto che le credenze di piatti di componibile hanno ben poco.
“Ricomporsi” fu la prima parola che lesse e nessuna parola prima d’allora mi era sembrata tangibile al punto da poterla vedere. La vedevo disegnata sul reticolo di una scacchiera e ogni quadratino raccoglieva un pezzo di corpo e quel ricomporsi pareva un quadro cubista e la vedevano i miei occhi un po’ come quelli del Picasso che ricomponevano Guernica bombardata.
“Ricomporsi” fu la prima parola che lesse e continuavo a pensare alle credenze dei piatti come se si svelasse al mio immaginario tutta l’esigenza d’ordine che si nascondeva dietro l’incipit del marzo difficile di quell’anno difficile.

Le credenze, a casa mia, sono sempre state una disordinata raccolta di oggetti tra il sacro e il profano mescolati a porta foto anacronistici e disegni datati, confusi a cesti di cioccolatini e sacchetti semivuoti di caramelle Rossana che devono esserci a tutti costi quando le credenze diventano portali del passato.
A casa mia nessuno si è mai occupato delle credenze che sono ormai diventate siti archeologici della mia infanzia e che raccolgono scontrini, monete, candele, bugiardini di farmaci scaduti, carte telefoniche, riviste e pubblicità stese pancia all’aria da tempo immemore.
A casa mia le credenze si sono improvvisate cassetti, raccoglitori, portachiavi, portagioie, vassoi, pareti, salvadanai: utili nella loro inutilità se ne stanno presenti-assenti, visibili-invisibili a raccogliere il nostro disordine e, incipriate di polvere, ci guardano svuotare le tasche.
Le credenze, a casa mia, non mi sono mai piaciute. Barocche e cristiane, sempre pronte a rivelare i segreti di madri impegnate, mariti svogliati e figli fannulloni, sempre pronte a nascondere quello che serve quando serve, sempre pronte a giudicare chi torna per ultimo. Pesanti e silenziose inquinano la casa, ipocrite e bugiarde, ragazzine agghindate, bambine troppo truccate: le credenze si prendono il merito del decoro e i soprammobili siamo noi seduti sul divano a guardare la televisione. Esigenti e ingombranti, a casa mia, le credenze non mi sono mai piaciute. Poco rigorose hanno sempre richiesto rigore, statue sugli altari che continueranno a sgridarci fino a quando anche l’ultimo paio di occhiali da sole non si sarà fossilizzato tra le carte.

Non a caso, quindi, la parola “ricomporsi” continuava a travestirsi da credenza nella mia mente e lei stessa si trasformava in una pila di piatti da sistemare per aggiustare, con lei, anche quel marzo difficile di un anno difficile.
“Ricomporsi” fu la prima parola che lesse e io continuavo a vederla come una pila di piatti da mettere in credenza e sentivo crescere in lei l’urgenza di sistemare ciò che restava del sistemabile e di farlo in fretta perché le pile di piatti sono instabili e lei lo era con loro; perché le pile di piatti cadono e se cadono si rompe tutto e tutto ciò che di sistemabile resta di una pila di piatti rotti è ben poco, perché difficile sistemare qualcosa di rotto nel marzo difficile di un anno difficile, perché sistemare il sistemabile richiede tempo e sistemare il sistemabile di qualcosa di rotto ne richiede di più ed era bene correre prima di rompersi, prima di diventare pericolosi, prima di farsi male e fare male; era bene correre e sarebbe stato ancora meglio se non avessi visto la pila di piatti da mettere in credenza. Sarebbe stato ancora meglio se non si fosse presentata con una lista di parole che aveva scritto nel marzo difficile di un anno difficile, se “ricomporsi” non fosse stata la prima parola ad essere letta perché continuavo a vederla come una credenza di piatti e si sa che le credenze le usano tutti e le usano male e che almeno un piatto nella vita di ciascuno si rompe e che era inutile correre perché lo diceva mamma che “a fare di fretta si fa poco e male” e che le pile di piatti sono instabili e che le pile di piatti cadono e che le pile di piatti si rompono, perché lo dicevo io che la lista di parole scritta nel marzo difficile di un anno difficile mi sarebbe tornata utile e che in un giorno altrettanto difficile sarebbe stato meglio ricomporsi.

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