Lo scorso dicembre comprai un maglione rosso con le maniche a tre quarti. L’ho comprato perché mi è facile comprare cose rosse e cose in saldo, ancor più facile comprare cose rosse in saldo. Avevo comprato un maglione rosso in pieno dicembre, di un rosso così rosso da uscire lasciando il cappotto aperto e le maniche così a tre quarti da lasciarci i polsi. Sapevo cosa avrebbe detto mia madre di quelle maniche. Non esiste rimedio al fastidio della lana se le maniche dei maglioni si spezzano sugli avambracci, ma quel maglione valeva tutte le spine della lana, del freddo e di mia madre. Indossare sotto una maglietta straripante in cotone non mi è mai sembrata una soluzione perché vietato far del male a tutto quel rosso e vietato, ancora una volta, dar ragione a chi effettivamente un po’ di ragione ne ha. Nonostante le maniche e il prurito, indossai quel maglione nei giorni più grigi del mese lasciando il cappotto aperto e lasciandoci i polsi con lo stesso fare altezzoso e formale delle persone che dicono che va tutto bene sempre. Le persone tristi non indossano il rosso ed io, io sono una persona felice che indossa il rosso e dice che va tutto bene sempre. Ho anche l’abitudine di dire che il rosso è il mio colore preferito. Tutto questo fa parte della mia tendenza a semplificare le cose che penso quando parlo, anche se ho sempre avuto bisogno di tutte e quattro le colonne dei fogli protocollo. Nonostante questo, lo storico delle mie conversazioni è pieno di parole castrate e violente, gettate sul tavolo come carte da gioco ed è vero che c’è sempre qualcuno che vince e qualcuno che perde. Ho sempre confuso la traduzione del pensiero in linguaggio con la sua semplificazione e i miei stessi filtri mi hanno reso un’aggressiva quanto-basta persona senza filtri. Raramente si mettono al corrente le persone sulle proprie questioni economiche interne e a tutti, anche a chi dice che va tutto bene sempre, piace risparmiare. Le conversazioni, però, sono mercatini di Natale e io lo so che non posso tornare a casa senza cioccolata. Il rosso non è il mio colore preferito. Il rosso è un po’ come la prima persona che vedo in piazza: dieci percento corpo e novanta percento fantasia. Il rosso ha, per me, lo stesso aspetto degli sconosciuti che sono barattoli riempiti a metà di altrettante questioni economiche interne, altrettante persone e altrettanta vita. Conoscere uno sconosciuto significa riempire ciò che resta del barattolo di aspettative per finire col dire che il rosso, oltre ad essere un colore, è anche il mio colore preferito.
Amare uno sconosciuto-conosciuto significa svuotare il proprio barattolo ed attendere che l’altro faccia lo stesso per mescolare tutto, aspettative comprese, affinché un giorno la prima persona che avevi visto in piazza ti chiami per dirti che il maglione rosso con le maniche a tre quarti che comprasti a dicembre è l’unico che vede. Il rosso non è il mio colore preferito. Il rosso sono io che cammino incontro all’unica persona che vedo in piazza, lasciando il cappotto aperto e lasciandoci i polsi, perché un rosso così rosso, visibile per definizione, deve poter essere raccolto e mescolato al barattolo che non vede altro se non il rosso che sei tu.
Le piazze sono piene di barattoli riempiti a metà e, per le stesse questioni economiche interne di cui sopra, li ho sempre visualizzati tutti uguali e riempiti di cose diverse. Un retaggio, il mio, che è un po’ il retaggio di tutti coloro che hanno partecipato al confitto forma-contenuto che, nel mio caso, rimane irrisolto. Per tutto il tempo ho scritto di barattoli pensando ai vasi di marmellata che usa mia madre in estate. Sono barattoli di vetro da mezzo chilo che sul testo sembrano enormi ma che contengono cinquecento miseri grammi di frutta e zucchero. A casa mia un barattolo di marmellata dura al massimo una settimana e scrivere di barattoli, necessariamente, rievoca il popolo dei barattoli familiari di casa. In piazza ci sono i barattoli delle famiglie di tutti. Oltre a quelli trasparenti che usa mamma in estate, ci sono i barattoli di latta, i portapenne, i vasi del sugo, i contenitori del sale, i barattoli del caffè, quelli della Nutella. C’è chi chi ci mette i biscotti, chi la pasta, la verdura, chi i pranzi, chi le merende e mi è capitato spesso di usare i vasi trasparenti di mia madre per riempirli di non-marmellata. Ma tra tutti i barattoli della piazza, perché scegliere il maglione rosso con le maniche a tre quarti?
Portare il quaranta di scarpe e trovare il trentanove e mezzo e il quaranta mezzo, magliette sempre corte, pantaloni sempre lunghi, i maglioni Gabibbo, di jeans non si parla, la lana prude, il sintetico suda, cotone al novantacinque percento, viva l’elastan, ma il jersey è sintetico uguale? Anche solo scegliere di comprare un maglione rosso con le maniche a tre quarti è complesso per le quanto-basta aggressive persone senza filtri con questioni economiche interne da risolvere. Nella piramide dei bisogni quel maglione rosso di un rosso così rosso non c’era, così come non c’era nessun barattolo oltre a quelli da mezzo chilo di marmellata. Ho cominciato a mettere in discussione il carattere esclusivamente razionale delle scelte la volta in cui scoprii il risvolto somatico che alcune scelte implicano. Ho sempre trascurato i segnali del corpo: razionale nelle cose razionali e irrazionale nelle altre cose. Ma quali sono le altre cose? Le cose irrazionali sono la non-marmellata con cui riempire i barattoli di mamma. La marmellata funziona sempre: risolve la colazione, dolce ma non troppo, sana ma non troppo, pane e fragole, yogurt e mirtilli, frolla e albicocche, parmigiano e pere. Le cose razionali mangiate col cucchiaino, però, non mi sono mai piaciute e il conflitto forma-contenuto vissuto col corpo si è trasformato in collisione testa-cuore.
Ho riempito il mio barattolo per metà e sento il peso delle aspettative che stanno sopra alle mie questioni economiche interne. Mi è capitato di rovesciare tutto ed è stato allora che ho cominciato a mettere in discussione il carattere esclusivamente razionale delle scelte. Far crollare le impalcature razionali per essere esposta al risvolto somatico delle scelte significa ascoltare il rumore del cuore ogni tanto. L’iper-monitoraggio delle proprie sensazioni corporee è un sintomo dell’attenzione selettiva e un barattolo di marmellata direbbe che ci si innamora per colpa di un bias attentivo. Il barattolo rovesciato di non-marmellata che sono io, però, continua a vedere le piazze piene di barattoli riempiti a metà e dice che amare uno sconosciuto-conosciuto significa svuotare il proprio barattolo ed attendere che l’altro faccia lo stesso per mescolare tutto e quando il rumore del cuore è più pesante delle aspettative allora, forse, sei innamorato.
Platone non mi riderebbe in faccia se solo sapesse che anche lui è stato un barattolo riempito a metà di altrettante questioni economiche interne, altrettante persone e altrettanta vita. Quello di Platone sarebbe stato un barattolo ideale di tanta marmellata quanta non-marmellata che gli piaceva nascondere con lo stesso fare altezzoso e formale delle persone che dicono che va tutto bene sempre. Non a caso, quindi, a parlare di amore furono sette uomini a casa di Agatone. Socrate, in particolare, disse che “amore è amore di alcune cose”, “di quelle di cui si avverte mancanza”, ma la non-marmellata fu messa sul tavolo da Diotima, donna prima, sacerdotessa poi. Diotima aveva capito tutto dell’amore ma il rosso non è il mio colore preferito. Il rosso sono io che cammino incontro all’unica persona che vedo in piazza, lasciando il cappotto aperto e lasciandoci i polsi, perché un rosso così rosso, visibile per definizione, deve poter essere raccolto e mescolato al barattolo che non vede altro se non il rosso che sei tu.
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