Fuori Stagione

·

·

4–6 minuti

Fuori stagione

Da sempre, in questo terrazzo che si affaccia ad Oriente, la penombra autunnale del pomeriggio si impregna di mosto. Poco resta dell’estate se non il basilico in semenza, i petali della rosa bianca di mia madre e l’ulivo di mio padre che trema, come alle tre di notte tremano le gambe raccolte in venti denari. 

Quando le montagne diventano blu, le piante si piegano come vecchi contadini ricurvi e le foglie si inaridiscono, stanche e rugose, come le guance pallide delle nonne di una volta.

La vendemmia si è già portata via tutto: rimane l’assenza, l’ultimo grappolo d’uva nera, appassito come i polpastrelli dimenticati in mare, e qualche ricordo appannato dal calore.

Quando le montagne diventano blu, i grilli ci lasciano in silenzio. Rimangono le voci nei corridoi e non tutte dicono che è pronta la cena. 

Ciò che resta dell’estate è il vento che gioca con l’acqua nei canali. Quest’aria, ancora dolce, sembra racconti le favole della buonanotte. Esiste un narcotico per ogni elemento e in cielo, ormai, ci sono più foglie che stormi. 

Quando le montagne diventano blu, finisce l’estate. 

Questa nuova stagione è un tramonto che non finisce mai e questo perpetuo ciclo virtuoso di accensioni e spegnimenti sembra essere il segreto della longevità. 

Dopotutto, i colori riempiono gli spazi, le parole le assenze e gli alberi non smettono mai di guardare le persone dall’alto. 

Tra tutti i possibili scenari, quello in cui stiamo soffocando è sommerso nella nebbia ostinata di una libertà apparente e la nostra stessa consistenza è tanto fastidiosa quanto le gocce di umidità prodotte da un vivere pesante e incattivito. 

Mi sembra di vivere in uno zoo. Eppure, i miei vicini di casa non si sentono in gabbia: le più belle tende borghesi sono firmate Ipocrisia.

Il privilegio del movimento ha generato il paradosso della paralisi dei corpi come risultato di una rigorosa corrispondenza per contrasto della pena, alla colpa del fare troppo e fare male. 

In questi termini, la vita sembra regolata da una legge del contrappasso che ci vede affogare nella nostra stessa melma. L’importante è che non dipenda da noi: è il maltempo a rovinare i raccolti, i rapporti e le giornate. 

Di qui, la ritorsione contro l’unico luogo di questo spazio-tempo sceso a patti con noi. L’inversione del primitivo e progressivo processo di raffreddamento terrestre non è che il sintomo della più ostile delle invasioni: la nostra. Così, alieni in uffici di alienati, continuiamo a vivere il racconto di una vita futura come gli animali antropomorfizzati di quelle favole che, al massimo, riservano una morale.

Ad ogni modo: i leoni negli zoo non muoiono di fame e gli oggetti non muoiono mai. 

Eppure, siamo più grandi delle montagne che diventano blu: una fila di occhi ambliopici, incapaci di visione stereoscopica, che confondono il movimento con il destino e viceversa.

Le montagne che diventano blu non sono più alte delle dita di una mano: se non vedi la distanza, la distanza non esiste.

Di qui, l’urgenza di colmare l’invisibile. 

Alle elementari, i bambini con l’occhio sano bendato non piacevano a nessuno: la funzione di quella benda l’abbiamo attribuita all’anima e tutto l’orrido è stato nascosto sotto al tappeto.

Chi ci è inciampato, ne ha decantato il fascino magnetico. Gli altri continuano a sentirsi più grandi delle montagne che diventano blu. 

L’anima, in fondo, non è che l’insegnante bacchettona di mio padre. 

Era forse necessaria alla sopravvivenza questa formula dicotomica? In questi termini, la persecuzione del corpo è stata la più grave forma di autolesionismo che serviva agli uomini per sentirsi più vivi, quando non bastava dare un nome al pensiero che pensa se stesso. Come quelle famiglie ricche e potenti che si sbranano a vicenda, non siamo stati capaci di gestire la nostra più grande eredità: la metacognizione. 

Così, presa la pillola aristotelica che ci libera dal male, si digiuna fino a sera quando tutta la vita sembra rimanere sullo stomaco. In questi termini, l’anima è il pacchetto di merendine al cioccolato che i bravi genitori non comprano mai. 

Chissà che cosa avrebbero potuto vedere, dall’alto, gli alberi. 

Quello dei corpi, era il più grande spettacolo di tracotanza a cui la fila di occhi ambliopici non avrebbe mai potuto assistere. Questi manifesti eloquenti che ci portavamo appresso infastidivano più della sveglia al mattino. Il tasto dell’omologazione, forse, ha reso tutti più sopportabili. Ad ogni modo: nessuno si sveglia in modalità silenziosa e chissà a quante chiamate perse corrisponde ogni segno sulla pelle.

L’obbiettivo comune, alla fine, è rimanere più grandi delle montagne che diventano blu. Così, ancor prima di avere fame, siamo stati divorati dalle altezze. 

Ma se è vero che lo spirito sale, perché non esiste un cosmo in cui vivere meno appesantiti, sgravati dalla forza che ci attrae al centro e che rende la carne una zavorra? E perché questo pianeta ci trattiene con lo stesso fare premuroso e tossico delle persone che amano troppo? 

Il mondo è chiaramente più furbo di noi. 

Se è vero che il corpo è l’incarnazione del limite, come può, un corpo, desiderare così tanto?

Non a caso, le montagne che diventano blu vivono lo stesso paradosso: durano una sola stagione eppure non finiscono mai.

Di fronte alle montagne che diventano blu, rimaniamo una fila di piccoli occhi ambliopici, ciechi alle distanze e alle cose profonde, che vantano una serie di desideri dopati fingendo non esistano i test. Servire piatti abbondanti ad un’umanità anoressica, non basterà a farla guarire. L’anima è, di nuovo, l’alimentazione nei sondini dei reparti ospedalieri: artificiale.

Il corpo è chiaramente più furbo di noi.

Articoli correlati

Get updates

Spam-free subscription, we guarantee. This is just a friendly ping when new content is out.

← Back

Il messaggio è stato inviato

Attenzione
Attenzione
Attenzione!

Lascia un commento